Le Nuove Tesi del Cluetrain Manifesto
Autore:
Serie: YouMediaWeb Publishing
Genere: Social Media Marketing
Editore: YouMediaWeb
Anno di Pubblicazione: 2015
Lunghezza: 50
ASIN: 1507775164
ISBN: 1507775164

"Le Nuove Tesi del Cluetrain Manifesto" sono un inno a Internet, quell'Internet fatto di persone, di relazioni, di condivisione, di contenuti di qualità (anche se, come dicono gli autori, Internet non è fatto di contenuti ma dalle espressioni personali di ognuno di noi).

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Panoramica

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Sono passate poche settimane dalla pubblicazione del New Clues, il manifesto realizzato da Doc Searls e David Weinberger in grado di ispirare chiunque voglia operare sul Web con una visione proiettata verso il futuro.

Già nel 1999, anno in cui è stato pubblicato il primo Cluetrain Manifesto, Robin Good si è fatto divulgatore della visione sul futuro di Internet promossa dagli autori.

In occasione della pubblicazione del libro Le Nuove Tesi del Cluetrain Manifesto, Giulio Gaudiano ha intervistato Robin Good al fine di confrontarsi sulla visione del New Clues ed estrarre dei consigli concreti per chi vuole fare business e marketing sul Web.

Qui di seguito trovi l’intervista a Robin Good e, se non vuoi perderti le novità nel campo del Web Marketing e della comunicazione online, iscriviti al nostro canale YouTube o al Podcast Web Marketing 24.

 

Giulio Gaudiano: Le Nuove Tesi del Cluetrain Manifesto iniziano affermando che ci sono dei nemici che attentano al Web e a quanto di buono abbiamo costruito in esso. Il più importante di questi nemici siamo noi, che abbiamo una responsabilità personale nel costruire il Web.

In che modo gli individui possono essere presenti e influenzare il Web?

 

Robin Good: Sicuramente utilizzando il Web non come uno strumento per convincere gli altri, ma come un’opportunità di cambiamento sociale.

Bisogna precisare che il New Clues interessa a tutti coloro che vogliono vedere Internet oltre la superficie ovvia, quindi non è indirizzato in modo specifico a chi vuole fare business e marketing online.

Gli autori suggeriscono di guardare con un occhio più attento al reale meccanismo che viene messo in atto attraverso l’utilizzo di Internet, ovvero fare qualsiasi cosa con qualsiasi altra persona che c’è là fuori.

Il Web non serve solo a replicare il vecchio modello di comunicazione in forma digitale, ma ci dà la possibilità di andare oltre: collaborare, condividere, comunicare, ascoltare e aiutare gli altri in maniera più efficace.

 

Giulio Gaudiano: Una cosa che mi ha colpito molto è che gli autori affermano: La rete non è contenuto. Questo entra in cortocircuito con la famosissima frase Content is the King.

In particolare, gli autori scrivono:

 

17. La prima poesia di un adolescente, la tanto attesa rivelazione di un segreto custodito a lungo; un bel disegno
buttato giù da una mano paralitica; il post di un blog in un regime politico che odia il suono delle voci del suo popolo:
nessuna di queste persone aveva intenzione di creare un contenuto.

 

In che senso la rete non è contenuto? In che modo possiamo recepire queste informazioni per fare qualcosa di nuovo online?

 

Robin Good: Io penso che gli autori intendano mettere avanti a tutto lo scambio tra le persone, quindi vedano la produzione di contenuti come un artificio il cui fine ultimo è quello di vendere qualcosa a qualcuno od ottenere qualcosa da qualcuno.

Se sia gli individui che i grandi brand esponessero maggiormente chi sono, per cosa combattono, quali sono i motivi per cui fanno quello che fanno, credo che andremmo maggiormente nella direzione che gli autori del New Clues auspicano. Trattare, quindi, il contenuto come una conseguenza di un atto di comunicazione, scambio e collaborazione e non come un prodotto da realizzare per ottenere delle cose dagli altri.

Negli ultimi anni mi sto occupando sempre più di Content Curation, ovvero della capacità di trovare, raccogliere, organizzare e presentare aggiungendo valore alle cose che sono già là fuori ma che, essendo disorganizzate e caotiche, spesso non vengono trovate, conosciute e apprezzate.

Questa mia passione nel trovare e organizzare le cose per poi avere il piacere di condividerle con gli altri, viene molto spesso ridotta e semplificata a un mero sistema per vendere, per rendere più veloci e sbrigative alcune operazioni. Forse gli autori si riferiscono a questo. 

 

Giulio Gaudiano: Potremmo dire che, nella visione degli autori, l’affermazione Content is the King viene sostituita da People are the King, ovvero quello che conta sono le persone, la capacità di entrare in relazione e di creare qualcosa di buono l’uno per l’altro.

Più avanti nel manifesto si legge:

 

62. Umano è Personale. Non Personalizzato.

 

Questa affermazione è una forte critica nei confronti di una tendenza che vediamo sempre più intorno a noi, ovvero la personalizzazione dell’esperienza.

Questo fa sì che, quando navighiamo su Google, la pubblicità che vediamo corrisponde alle nostre ricerche recenti. Quando andiamo su Amazon, i prodotti in homepage appaiono in funzione di quelli che abbiamo visto precedentemente o di quelli che ci potrebbero interessare. Quando scorriamo il newsfeed di Facebook, non vediamo quello che pubblicano tutti gli amici perché Facebook ha deciso per noi, attraverso un algoritmo, quali amici sono potenzialmente interessanti per noi.

Questa tendenza alla personalizzazione estrema ha dei pericoli.

Secondo te è una cosa buona il fatto che il Web ci crei intorno un ambiente iper-personalizzato? Oppure ognuno di noi dovrebbe essere in grado di creare un proprio percorso?

 

Robin Good: Mi viene in mente l’ultima notizia sull’algoritmo Knowledge-Based Trust di Google, secondo cui Google ci fornirà la verità analizzando i fatti esposti e comparandoli con un database di ciò che è vero e ciò che non è vero.

Immagino già eserciti di persone che esultano all’idea di eliminare le bufale, le leggende sulle scie chimiche e via dicendo. Può darsi che ci sia parecchia gente che faccia ipotesi con basi poco solide, ma come possiamo conferire a Google il potere di determinare per noi e per i nostri figli cosa è giusto e cosa no? 

Il discorso sulla personalizzazione rimanda alla famosa Filter Bubbles, ovvero al fatto che sul Web viene creato un ambiente personalizzato in linea con quello che hai visto, che ti è piaciuto e così via. Questo vuol dire che qualcun altro decide quali sono le tue aspettative in base a quello che hai fatto prima.

Personalmente penso che sia indispensabile che le persone sviluppino una propria capacità di analisi critica delle informazioni. Se vogliono andare oltre il livello di sopravvivenza minima, bisogna che si facciano delle domande.

La capacità di imparare è dettata dalla nostra capacità di analizzare e valutare. Se deleghiamo la nostra capacità di decidere e di valutare cosa è giusto e cosa no, andiamo verso un mondo in cui 1984 di Orson Welles è una passeggiata a Disneyland.

 

Giulio Gaudiano: Io aggiungerei l’illusione della libertà: è come se fossi chiuso in una gabbia per criceti dove puoi correre ovunque e fare le tue ricerche liberamente, ma resti sempre sulla ruota di Google.

Questo discorso è collegato a quanto gli autori dicono sulle app:

 

70. Le pagine web creano connessioni. Le app, controllo.

71.Se passiamo dal Web ad un mondo fatto di app, perdiamo tutto ciò che di condiviso stavamo costruendo
insieme.

 

Da un lato, ci sono le app: per esempio, nel mio MacBook ho una app per ogni cosa e c’è una corsa, anche in ambito business, allo sviluppo di nuove app. Dall’altro, c’è il responsive web design, attraverso cui è possibile creare siti web facilmente navigabili anche da dispositivi più piccoli come tablet e smartphone.

La differenza tra una app e un sito responsive è che nel primo caso sei un pesce che nuota in un acquario, nel secondo caso sei un pesce che nuota in un oceano.

Tu cosa ne pensi della diffusione delle app e in quale delle due direzioni ti stai muovendo?

 

Robin Good: Io penso che bisogna avere coraggio. Se facciamo solo discorsi semplici riguardo al fatto che le app sono chiuse e il Web è aperto, siamo d’accordo. Ma se poi tutti i giorni finanziamo società che non fanno altro che produrre del filo spinato per limitare la nostra possibilità di sfruttare il potenziale di internet, di che cosa stiamo parlando?

Le app sono solo uno dei tantissimi elementi.

Finché io, che sto parlando di queste cose, continuo a dare i soldi alla Apple che è leader nel mercato delle app, come posso pretendere di parlare onestamente di queste cose? Nonostante io condivida i principi promossi da Doc Searls e David Weinberger, sono il primo a mancarli perché il MacBook mi fa comodo.

Non siamo un po’ ipocriti a farci una domanda su questo fronte? Rivolgo la domanda a te: non sono un po’ ipocriti anche David e Doc a domandarlo nel loro testo? 

 

Giulio Gaudiano: Io penso che ci siano due strade: stare totalmente fuori da questo sistema oppure starci dentro venendo a compromessi, utilizzando queste stesse tecnologie per mantenere attivo il cervello. Pensa allo scherzetto che gli autori fanno all’interno del testo: linkano la parola Cerca su Google alla pagina dei risultati di Bing in base alla query di ricerca “Google”. Creando questi piccoli cortocircuiti si può mantenere vivo il cervello.

Secondo me la differenza non la fa il canale, che sia Mac o Pc, ma la fa la nostra capacità di decidere per il bene anche laddove bisogna investire dei soldi. Questo passa sempre attraverso le persone.

10 anni fa Doc Searls e David Weinberger erano già dove siamo io e te oggi. Tu stesso, interrogandoti su quello che era buono per il Web e su come si poteva cambiare il mondo in meglio, eri in anticipo rispetto a oggi.

Mi ha fatto molto piacere vedere che il New Clues è stato pubblicato sotto licenza di Pubblico Dominio. Questo mi ha dato la possibilità di prendere il testo senza chiedere nulla agli autori, andare a cercare altri che avevano tradotto il testo in Italiano per avere un altro punto di vista, tradurlo a mia volta, commentarlo e, infine, pubblicarlo in un libro che è venduto a 0,99 € in formato eBook e a pochi Euro in formato cartaceo.

Dove l’ho pubblicato? Su Amazon, una delle società attaccate dal manifesto.

Volevo portare alla tua attenzione un’ultima cosa: il New Clues attacca la native advertising. Oggi la native advertising è uno dei servizi di punta delle web agency, per esempio l’agenzia Ciaopeople ha una bellisima landing page dedicata alla native advertising.

Al contrario, gli autori sono contro la native advertising:

 

65. Quando fate “native advertising” non solo intaccate la vostra stessa credibilità, ma anche la credibilità
di tutto questo nuovo modo di entrare in relazione gli uni con gli altri.

66. A proposito, che ne dite di chiamare la “native advertising” con uno dei suoi veri nomi come “product placement”,
“pubbliredazionali”, o “notizie finte del cazzo”?

 

Cosa ne pensi tu della native advertising?

 

Robin Good: L’ultima volta che ho sentito parlare della native advertising è stato in occasione di Dig.it, il Festival del Giornalismo di Prato. Ricordo che mi domandavo come fosse possibile pensare che facendo quello che noi da sempre chiamiamo publiredazionali o marketta si possa 1) creare valore 2) ottenere maggior credibilità, visibilità, attenzione, aumentare la fiducia dei clienti e la vendita dei prodotti/servizi.

La sensazione che ho è che basta che gli americani dicano qualcosa che noi la consideriamo una figata.

La native advertising non mi sembra né una cosa nuova, né una cosa interessante, né una cosa utile.

L’obiettivo deve essere quello di creare cose utili, non cose che sembrano utili ma in realtà sono le pubblicità di qualcosa. Perché non facciamo delle cose utili e poi ci mettiamo vicino il marchio della cosa che vogliamo far conoscere? Non è più trasparente?

 

Giulio Gaudiano: Se sei rimasto intrigato da questi ragionamenti e vuoi approfondire, ti consiglio di iniziare dal sito web di Robin Good: MasterNewMedia. Te lo consiglio perché puoi trovarci sia le ultime tendenze, sia moltissimi spunti di riflessione per andare oltre.

Quanto al testo del New Clues: Le Nuove Tesi del Cluetrain Manifesto, puoi trovarlo pubblicato in versione originale oppure nella versione italiana sul sito di YouMediaWeb.

 

Perché Leggere Questo Libro

16 anni fa è stato pubblicato il primo Cluetrain Manifesto e gran parte delle 95 tesi che Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls, and David Weinberger avevano scritto si sono avverate.

I mercati sono diventati conversazioni ma, soprattutto, anche le nostre conversazioni sono diventate mercati e alimentano il business di molte aziende.

Le Nuove Tesi del Cluetrain Manifesto sono un inno a Internet, quell’Internet fatto di persone, di relazioni, di condivisione, di contenuti di qualità (anche se, come dicono gli autori, Internet non è fatto di contenuti ma dalle espressioni personali di ognuno di noi).

A curare questa versione italiana del New Clues è Giulio Gaudiano.

 

A Chi Si Rivolge Questo Libro

Questo libro può essere utile per tutti:

  • chi lavora sul Web e si occupa di marketing;
  • chi vuole capire meglio come funziona il Web;
  • chi conosce alla perfezione la celebre frase “Markets are conversations”;
  • chi non ha mai sentito parlare del Cluetrain Manifesto e vuole saperne di più.

 

L’Autore: Giulio Gaudiano

Giulio Gaudiano

Giulio Gaudiano è New Media Enterpreneur and Digital Consultant, CEO di YouMediaWeb.

Imprenditore appassionato nel campo del Web Marketing, Digital Publishing e Online Advertising.

Come consulente strategico ha una profonda conoscenza di come funziona il mondo online e la capacità di aiutare i professionisti e le aziende a costruire o ottimizzare il loro business online.

Il suo sito web: GiulioGaudiano.it

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